
Venerdì 15 maggio alle 18.30 al Leica Store di via Carlo Alberto 47 a Torino si inaugura “I volti della velocità”, la mostra fotografica di Alessandro Barteletti dedicata agli uomini che hanno fatto la storia dell’auto.
A Torino non si producono più automobili come una volta. Mirafiori non detta più il ritmo dell’industria europea e i giorni in cui la città viveva al suono delle sirene Fiat sembrano lontanissimi. Eppure Torino continua a essere la capitale italiana dell’auto, non più soltanto fabbrica ma luogo della memoria, del racconto e della cultura motoristica. Lo dimostra la primavera torinese dei motori: il Salone dell’Auto alle porte, il Mauto che inaugura la mostra sui “Nemici del Drake”, le scuderie che osarono sfidare Enzo Ferrari, e adesso anche “I volti della velocità”, esposizione fotografica firmata da Alessandro Barteletti al Leica Store di via Carlo Alberto.
Barteletti non fotografa le automobili. O meglio: le auto ci sono, ma quasi sempre restano sullo sfondo. Al centro mette gli uomini. I volti, le mani, gli sguardi, le rughe. Le storie. Le sue immagini rigorosamente in bianco e nero sembrano più interviste che ritratti. Ogni fotografia racconta qualcosa che va oltre il motore e la carrozzeria. «A me piacciono le storie», spiega Barteletti. «Quando Dallara mi propose il libro per i 50 anni dell’azienda, io rilanciai con una provocazione: avete il coraggio di raccontare mezzo secolo di storia senza mostrare mai un’automobile?».

Photo © Alessandro Barteletti All Rights Reserved
La sfida fu accettata. E vinta. Da lì nasce anche parte della mostra torinese: quindici o sedici “storie”, come le chiama lui, più che fotografie. Alcune sono dittici, altre veri racconti visuali accompagnati da didascalie lunghe, dense, quasi letterarie. Perché Barteletti, oltre a essere fotografo, è anche giornalista e i suoi scatti nascono spesso da conversazioni, confidenze, lunghi dialoghi.
C’è Giampaolo Dallara ritratto a Varano de’ Melegari con gli occhi di un bambino davanti a un regalo di Natale mentre stringe il volante di una Lamborghini Miura, la macchina che contribuì a creare negli anni Sessanta insieme a Marcello Gandini e Paolo Stanzani. C’è Luca Cordero di Montezemolo quasi sorpreso sotto il Cavallino Ferrari. C’è Piero Ferrari che, al volante di una rossa storica, ricorda sempre di più il padre Enzo nei gesti e nella postura.
Poi arrivano i personaggi che sembrano usciti direttamente da una leggenda del motorsport: Mauro Forghieri, Mario Andretti, Emanuele Pirro, Eddie Cheever, Tony Kanaan, Sophia Flörsch. E naturalmente Arturo Merzario. Il suo ritratto è forse il più potente dell’intera mostra. A un certo punto compare un dito medio davanti all’obiettivo. Non è provocazione gratuita, ma il punto finale di una lunga conversazione. «Con Arturo abbiamo parlato di fede, di paura, del suo modo diretto di stare al mondo», racconta Barteletti. «Quel gesto è arrivato dentro un dialogo. Come una risposta».
Merzario, del resto, non ha mai avuto bisogno di recitare. È l’uomo che corse per Ferrari, Alfa Romeo e Abarth, quello che salvò Niki Lauda dalle fiamme del Nürburgring e che continuò a portare il Cavallino sul casco anche dopo l’addio a Maranello. In bianco e nero il suo volto sembra scolpito nel tempo.
Ed è proprio il bianco e nero la firma di Barteletti. Una scelta controcorrente nell’epoca dell’immagine ipersatura e dei colori sparati dei social. «Sono cresciuto tra pellicola e camera oscura», racconta. «Facevo reportage quando il mondo stava passando dal rullino al digitale. Quelle notti passate a sviluppare fotografie continuano a influenzare il mio modo di vedere».
Per questo “I volti della velocità” non è una mostra nostalgica, ma qualcosa di più raro: un tentativo di rallentare. Di fermarsi davanti a uomini che hanno vissuto la velocità vera e raccontarla attraverso dettagli che normalmente sfuggono. Una mano sul volante. Un casco consumato. Uno sguardo abbassato. O magari un dito medio che, all’improvviso, vale più di mille pose perfette.



